Sfoglio le care pagine del mio amato Hillman e nel capitolo “La sofferenza del sale” non posso fare a meno di abbandonarmi ai ricordi, alle impressioni che hanno cominciato ad affiorare. Scorrono le righe, ma non vedo più parole: vedo immagini. Sempre più spesso, nel bel mezzo delle azioni quotidiane, innesco il pilota automatico e mi fermo come presa dal flusso di immagini che catturano la mia attenzione. Non sono diventata pazza, come molti potrebbero credere: tutti si abbandonano alle proprie immagini; sotto la doccia, alla guida, quando tenete il guinzaglio del vostro cane la mattina presto, mentre il carrello della spesa sembra andare da solo, durante una conversazione noiosa. Tanti sono i momenti e nessuno è immune al potere fascinoso delle immagini. Oggi penso ad un momento fondamentale della mia vita: tra due giorni inaugurerò il mio nuovo studio. Sentimentale ed emotiva mi chiedo cosa provo. La prima immagine è una lunga strada: guardo indietro negli anni e già mi sembra di aver percorso tanta strada. Paradossalmente tanta, ma tanto poca.

È solo l’inizio di un nuovo inizio.

Il cuore batte all’impazzata al pensiero di un sogno che vedo realizzarsi. Era il lontano 2007, sala congressi Cianfarani di Chieti, uno di quei giorni che, con la scusa di un congresso, si poteva saltare qualche ora di scuola. Quel giorno non l’ho più dimenticato. Si parlava di filosofia, a me cara. Fu la prima volta che sentii parlare di Freud in quel modo, perché nei libri di scuola non lo trovavo poi così affascinante. Fui folgorata, ricordo un bagliore, un insight come amerebbero chiamarlo i cognitivisti. Da quel momento sapevo che volevo essere una psicologa. Nel tempo cambiai molte idee su questo dannato ed affascinante mestiere, ma solo un’idea non cambio mai: non c’era mai fine alla scoperta. Era la profondità che mi affascinava. Non c’era mai una spiegazione univoca. Mai un solo significato. Il dubbio non era dannazione, ma fonte di nuove riformulazioni, nuove prospettive. Tutto ciò mi sollevava, allegeriva il senso di dannazione che voleva solo volatilizzarsi. Era possibile costruire nuovi nessi, in quella vita che allora mi faceva solo soffocare e arrabbiare. Fu in quel momento che cominciai a credere, ad avere fede psicologica: ogni individuo ha la sua chiave. Forse sarà ben nascosta, seppellita, persa in una coltre di nebbia, arroventata tra le fiamme, ma c’è. È solo questione di cercarla avendo fede nella capacità di poterla cogliere. Nella mia pratica analitica non smetto mai di crederci.

Dopo più di 10 anni e una iniziale esperienza clinica, dopo tantissima formazione, lavoro su me stessa, non posso più parlare di dannazione. Il fuoco non fa ribollire le viscere. Mi sembra di aver attraversato l’inferno e tornata sono qui a scrivere di questo viaggio. Nel lontano 2007 immaginavo il mio studio, lo sognavo ad ogni esame, ogni traguardo, ogni momento cruciale della formazione psicologica.

Chi non  ha un sogno o uno scopo nella propria vita? Folle colui che non ha un’aspirazione che ci tiri fuori, anche solo per qualche istante, dalla monotonia e dalla concretezza dei giorni sempre uguali a se stessi. Il fuoco che arde interiormente è sempre più forte e ciò che sembra forza e decisione altro non è che necessità: non posso fare altro che quello che faccio.

Che questo sia l’inizio di nuove immagini che possano alimentare il mio fuoco. E che le mie storie possano essere un alimento per il vostro fuoco.

PSICOLOGA DOTT.SSA JESSICA DI PAOLO

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