Avevo 5 anni e, in uno di quei pranzi familiari a base di arrosticini nel giardino di casa, io e i miei cugini, rintanati in sala, eravamo riuniti davanti alla tv. Fu questo il mio primo ricordo di IT. Guardavo le immagini in tv con una mano sugli occhi e le dita semiaperte, provando a vedere ma non troppo. Ricordo mio cugino Simone impassibile che cercava di togliermi le dita dagli occhi, ma io le stringevo forte perché trovavo quelle immagini terrificanti e probabilmente non avrei saputo digerirle allora. All’uscita del nuovo IT avvenuta nel 2017 avevo parecchie remore nell’andare al cinema e anche molti pregiudizi, anche se sentivo la spinta avederlo. Devo dire che sono stata piacevolmente scardinata dalle mie idee e colpita dal profondo significato psicologico che mi ha lasciato. 

IT, personaggio dell’omonimo romanzo di Stephen King, viene presentato come un essere mutaforma che abita le fogne della città di Derry. Ogni 27 anni si ciba degli abitanti della cittadina assumendo forme evocative delle loro paure più grandi. Appare principalmente con le sembianze di Pennywise, il pagliaccio ballerino. Se l’intenzione è quella di guardare il film aspettandosi un horror che spaventa forse non è questo il caso; Stephen King, maestro negli horror psicologici, ha l’obiettivo di instillare una profonda inquietudine nello spettatore/lettore. 

Al centro ci sono le paure. Ma ancora più analiticamente c’è un messaggio implicito su come affrontare le nostre paure. IT si nutre e vive di paura, esso stesso è un concentrato delle paure dell’umanità e all’occorrenza sa come rievocarle al punto da renderle vere. Il clown è solo un mezzo per veicolare le paure, tra elaborate trasformazioni e trucchi. Esattamente come Pennywise la paura gioca sì brutti scherzi ma con lo scopo di farci affrontare la paura stessa. Ma come?

La paura ha una doppia faccia: se da un lato immobilizza lasciandoci inebetiti, dall’altro è una scossa istantanea che innesca l’azione. Ricordate Medusa, nella mitologia greca, che se guardata pietrificava il malcapitato? La vergine trasformata in mostro non concedeva vie d’uscita e creava statue di pietra, dure, senza possibilità di trasformazione. Psicologicamente siamo fissi in una posizione, in un’idea e scardinarci è  un atto eroico. Eppure Perseo riuscì a boicottare la fissazione con uno scudo lucente, ovvero con un’azione riflessiva che gli permetteva di vedere, ma non direttamente. Prendere in prestito questa vicenda mitica può rivelarsi d’aiuto nella lettura del film: la paura non va combattuta ma guardata con occhi riflessivi. 

Pensiamo a Pennywise che, sbarrando la bocca dentata fino all’inverosimile, emana una luce accecante che disumanizza e fa galleggiare. Se la paura ci fa galleggiare nelle fogne come Gorgie, disumanizzati e sospesi, la paura stessa vuole anche riportarci a terra. Che vuol dire tornare sulla terra? Significa darle un volto, chiamarla con il proprio nome, guardarla nelle molteplici facce. Fare guerra alle nostre paure direttamente ci porta a rimanerne ammaliati e inermi; guardarla riflessivamente ci porta a rielaborarla per assestarla in noi. 

Soprattutto scardiniamo un falso mito: Pennywise non può essere veramente ucciso, ma può solo momentaneamente ritirarsi nell’oscurità, così come  non dobbiamo illuderci che la paura andrà via per sempre. Senza paure non sarebbe possibile vivere: riescono a salvarci e preservarci e predispongono anche dei cambiamenti di stato, stando a rappresentare dei riti di passaggio necessari per il proprio processo di individuazione. 

 

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