Quante volte siamo schiacciati dal peso dei “devo”? Ad oggi il “devo” è  un imperativo, fin troppo presente nella nostra quotidianità. A volte il “devo” è diretto, palese, esplicito, ci viene posto da qualcuno di esterno a noi che ci chiede gentilmente di aderire ad una sua regola o ad un suo bisogno. Tante volte il “devo” è interiore: parte da noi stessi e fatichiamo a riconoscerlo; è una regola imperativa che ci costringe ad aderire ad un modello che noi stessi abbiamo creato, qualunque esso sia. Un modello che va a rappresentare quei limiti che costantemente vogliamo superare, vogliamo eseguire alla perfezione, senza margine di errore. Il “devo” interiore, se inflazionato, ci distrugge, lentamente ma inesorabilmente. Siamo nati umani, perciò fallaci e in “costante aggiornamento” ed imporci una legge interiore tanto ferrea ci porta ad essere sofferenti. La sofferenza è diffusa, come diffuso è il dolore che colpisce il collo e la schiena: non si ferma lì, ben localizzato, ma include tante reazioni a catena poco simpatiche, come capogiri, vomito, stordimento, dolore agli arti e chi più ne ha più ne metta. 

Ognuno scarica il proprio dovere nel modo che ritiene più congeniale: i nostri organi possono diventare il bersaglio dei malesseri più disparati. Essi si fanno carico silenziosamente del nostro disagio, di un nostro conflitto inconfessabile, di quella emozione impossibile da esprimere. Loro parlano e noi fatichiamo ad ascoltarli, perché fondamentalmente abbiamo perso l’ascolto del nostro corpo come sistema integrato che esprime benessere se in salute, patologia e sofferenza se in disarmonia. Il “devo” ci colpisce soprattutto alle spalle, al collo, come dolore costante, invasivo ma non troppo doloroso, per cui si può tranquillamente continuare come se niente fosse mai accaduto. Eppure quel dolore c’è!  Esso è tanto ostinato quanto ostinato è il portatore: una guerra a chi è il più forte, a chi regge di più. Ma saggiamente dovremmo comprendere, ed uso il termine com-prendere non a caso, perché dovremmo prendere insieme, unire gli elementi per allearsi e non combattersi. 

Mi chiederete come sia possibile. Iniziamo a domandarci qual è lo scopo del sintomo, avviandoci così ad una comprensione che possa far emergere il senso.

Quale imposizione non stiamo reggendo? Quali ritmi sono incalzanti e non vogliamo o sappiamo fermarci? Il nostro limite quanto è lontano? Quanto sacrifichiamo per tenere in piedi questo comportamento? Da quale situazione siamo appesantiti e non sappiamo come liberarcene? Perdere un po’ della perfezione a cui aneliamo sicuramente ci rende meno eroici, ma certamente ci permette di sperimentare la flessibilità che il nostro stesso collo ha deciso di non darci più. Un collo fisso, immobile, pietrificato, ci obbliga a guardare dritti, a non poterci girare. Saremo sicuramente più concentrati verso il nostro obiettivo, come asini da soma, ma il dolore non passa, anzi, ci immobilizza e, oltre allo sguardo fisso in avanti, abbiamo anche un corpo che sembra patire le pene dell’inferno su di una nave in tempesta. La rigidità non lascia spazio “a quel che potrebbe essere”, ad un pizzico di imprevisto e di sano “sti cazzi”, no, la rigidità ci ferma, pietrificandoci. 

Siamo così fortemente convinti che continuare ad imporci dei “devo” per tutta la giornata sia un modo per vivere? E se ci fosse uno spiraglio di imprevisto che non avete considerato pronto a ribaltare le carte in gioco? Diamoci questa opportunità e cominciamo a sciogliere il nodo indurito che irrigidisce il nostro collo. 

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