Il mondo è lá fuori ed io so solo piangere. Nonostante ci sia il sole e tutto faccia prospettare una bella giornata proprio lí fuori, qui dentro è buio. Sai, proprio non me lo spiego. C’è tanta solitudine in queste lacrime e sono salate, più salate del solito. Qualcosa mi impedisce di sentirmi viva, proprio come quei raggi caldi e pieni. Io sono oltre il vetro e sento brividi di freddo.

Mi sento persa, senza scopo, senza meta, in un luogo psichico sempre uguale a se stesso. Provo dolore, irrequietezza, compressione. Sento che quel che sono non è, non ha una via d’uscita. Ed ecco sopraggiungere quella maledetta sensazione d’essere incastrata tra me e me, senza che uno spiraglio possa entrare. 

In lontananza una voce di sottofondo dice: “Cosa ti ha serrato così tanto?”

Provo una certa noia: niente mi appassiona come una volta. Non sento da un bel pezzo lo stimolo che mi dava direzione e forza. Ora sono un vecchio e pesante ammasso di non senso. Fatico ad essere.

La testa è un mixer senza freno: pensieri informi sfrecciano così velocemente che non ho possibilità di coglierli, afferrarli, per cercare di far chiarezza. Niente:  tutto mi sembra un’agonia forzata e non c’è modo di sfuggirne. 

Eppure so che devo tornare. È facile scappare, difficile è restare. So che si può morire dentro, così come so che una morte interiore ha già i segni di una rinascita; solo che proprio non si fanno intravedere. Ma ci sono, perché non faccio in modo di poterli vedere?

Sono proprio in guerra. Quando meno me lo aspetto un nuovo attacco mi coglie impreparata e non posso negare di andare in pezzi. Me la prendo con me stessa e di pace non ne trovo proprio. Il divario tra me e il mondo sembra diventare irrecuperabile. Ed è così che mi ritiro lentamente ma con costanza, passo dopo passo. 

Forse devo ricominciare dalle piccole cose: una camminata sotto il sole, un bel respiro a pieni polmoni. Forse dovrei imparare a respirare. Respirare, questo è il segreto. Respirare nell’acqua, trovare spazio e dedizione in un’acqua che è aria.

Forse non dovrei nascondere a me stessa che sto soffrendo e che questa sofferenza è mia, fin troppo personale per poterla rivolgere a qualcun’altro. Dovrei custodirla gelosamente, iniziare ad amarla: sono pur sempre io.

Che senso ha questo combattimento interiore sfrenato? A cosa mai dovrebbe portare questa guerra senza fine?

Potrebbe esserci solo una strage, una grande distruzione e fin troppa polvere ad offuscarmi. Basterebbe accogliermi, prendermi per quella che sono. Già al solo pensiero l’affanno sparisce e quel vuoto primordiale perennemente aperto nel mio stomaco smette di chiedere nutrimento: è appagato. Mi sto saziando di me e non c’è paragone con tutto quello che ingurgito per colmarlo. 

Il cibo è sempre stato per me uno mezzo per confondermi, ma soprattutto per illudermi di essere sazia, appagata. È difficile distinguere tra la fame reale e la fame emotiva che scaturisce da una sofferenza, una rabbia o un dolore. E ammetto anche di non essermi mai chiesta fino in fondo il perché di quegli attacchi di fame improvvisi o perché certi periodi ero così fortemente famelica. 

Ora mi rendo conto che gran parte della mia fame è fame di vita, fame di nuovi progetti, chissà, fame di un nuovo amore.

Forse non sono così disperatamente sola dietro il vetro di questa finestra: ho con me la mia fame, la fame di mangiare il mondo e farlo mio. Solo ora mi accorgo che non c’è cibo migliore dell’accogliere “Me”. Certo, alcune volte quel pezzetto di cioccolato, quel bicchiere di vino, quel bel piatto di pasta, sono d’aiuto. Ma confonderli per la soluzione al vuoto interiore no! Un proposito ce l’ho: alzare le maniche e buttarmi in pasto ai problemi senza paura di risolverli.

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