📝 “Sul filo del rasoio”

27/11/2020

La percezione degli adolescenti è cambiata. L’isolamento, il contenimento sociale ed educativo della scuola e del gruppo di amici in standby, amplificano le tensioni già insite in queste età. L’adolescenza è sempre stato un periodo altamente difficile, ma non impossibile da affrontare.
Gli adolescenti sanno reggersi in bilico sul filo del rasoio.
Ma oggi? Il mondo è fermo e ci si affanna un po’ a renderlo vivo. L’adolescenza è una fase esistenziale cruciale per lo sviluppo dell’identitá. È una terra di mezzo in cui ci si disfa delle certezze acquisite durante l’infanzia e si entra in punta di piedi in una nuova dimensione, quella adulta, che si ridefinisce giorno dopo giorno. Il quadro psicologico è estremamente mutevole: permangono incertezza e instabilità, accompagnate da forti tensioni emotive e atteggiamenti contraddittori e provocatori. Una mancanza nella linea conduttrice del loro percorso porta ad una frammentazione. Le emozioni perdono le parole per essere descritte.
La solitudine genera un vuoto ed una mancanza di mete, progetti. Per crescere c’è bisogno di sentirsi posizionati socialmente. Va indicata una linea sicura. I ragazzi sono in uno stato fluido, inconsistente, dove progetti, emozioni e sogni hanno difficoltà ad essere canalizzati. Non lasciamoli soli: confronto e dialogo per dar voce, parole, al loro silenzioso disagio.


📝 “Basta un amico?”

19/11/2020

Basta un amico?
Ci sono momenti in cui un amico non basta più. È molto radicata l’idea che la fragilità sia un problema e che emozioni, pensieri e comportamenti ad essa legati siano da nascondere. Con molta più facilità si prende in considerazione l’aiuto di un amico che, con i suoi “tranquillo”, “tutto passa”, “dai che ce la fai” e con le sue pacche sulle spalle, è quanto di più sincero e immediato si possa ricevere. Ma di fronte ad un disagio ben più profondo, niente di tutto questo è risolutivo e a lungo andare non dà neanche il sollievo degli inizi. Proviamo dunque a svelare l’arcano.
Noi possiamo essere amichevoli, ma gli amici non possono essere un po’ psicologi. Con un professionista si crea un ritmo psichico: quell’ora a settimana, in quel preciso giorno, circoscrive uno spazio, un luogo protetto.
Lentamente si crea un contenitore. Immaginatelo di vetro: siamo protetti ma possiamo guardare fuori. Psicologicamente si crea un contenimento, ovvero quella capacità di esserci anche se fa male, anche se è difficile, anche se non ci se la fa.
È il contenimento di quella tempesta interiore che innanzitutto vuole attenzione, quindi vuole essere vista e poi, ricevuta la giusta attenzione, può cominciare a placarsi e diventare gestibile. Questo non accade con un amico. Per quanto compassionevole e premuroso, non può reggere il peso delle vostre esigenze. Ma soprattutto il vostro amico non padroneggia il rituale della terapia, il rituale del tempo scandito secondo le necessità della psiche. La vostra trasformazione può cominciare solo nel luogo adatto ad ascoltare quegli aspetti dolorosi e duri a morire! Siamo sicuri, dunque, che basti un amico che con una chiacchierata ci risolleva il morale?


📝 “Io vs solitudine”

10/11/2020

Cos’è questa pandemia? Un allenamento alla solitudine, alle cose essenziali.
Divisi o uniti nella sfortuna, in compagnia o meno, siamo soli ed è innegabile che un forte senso di solitudine può sopraffarci. Poi ognuno ha il suo personale modo di affrontarla: chiuderci fino a sparire, attivare una modalità di controrisposta e cercare a tutti i costi momenti di socialità e condivisione, pur di non sentire l’eco di questa maledetta solitudine. Jung affermava che la solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che sembrano importanti. Nel far questo, però, non siamo soli, siamo almeno in due: io e lei. Probabilmente non la pensiamo così: guardando la solitudine vediamo solo un vuoto nero che tutto inghiotte e non ci rallegriamo affatto di sentirla in fondo al nostro stomaco. Non ci sembra proprio una buona compagnia; piuttosto una presenza ingombrante e poco gradita. Fermiamoci in un attimo. La solitudine è una bella presenza con una brutta apparenza. Malconcia, ingrigita, vestita di stracci, quel viso smunto e triste. Dietro il guscio opaco nasconde un’anima luminosa e riflessiva. La solitudine sa ascoltare, sa accogliere. È silenziosa e sempre presente.
Lei è la nostra capacità di ascoltarci e un’occasione per iniziare a comunicare con se stessi e con il “fuori”, gli Altri. Se non ti piace la tua solitudine, sappi che lei non scende a compromessi e non deve acconciarsi per piacere.
Se la senti è perché vuole che impari ad ascoltare i tuoi reali bisogni.


📝 “La psicoterapia abita tutti i luoghi ”

2/11/2020

Il luogo della psicoterapia non è solo negli studi di psicologia.
Per quanto cerchiamo di ricreare un ambiente confortevole, ma al tempo stesso professionale e per di piu lo ricopriamo della sacralità dovuta chiamandolo setting, la psicoterapia abita tutti i luoghi. Hillman affermava che la psicoterapia deve uscire dagli studi per abbracciare le esigenze della popolazione: deve essere avvicinabile e fruibile. Se il primo Lockdown me ne ha dato dimostrazione, la seconda ondata della pandemia sta dimostrando che la psicoterapia arriva ovunque: una videochiamata in macchina, lontani da casa, perché purtroppo non si ha uno spazio proprio, una propria privacy; un parco, le cuffiette nelle orecchie e via, in conversazione con il proprio terapeuta; oppure nella propria casa, in quella stanza adibita a nuovo setting. Ne ho viste svariate di queste situazioni.
In fondo ci occupiamo della quotidianità, oltre che di grandi crisi e sintomi. In fondo entriamo nel vostro intimo, in qualsiasi luogo si scelga per fare vivere quel mondo interiore che ha bisogno di esprimersi. Abbiamo bisogno di un dialogo interiore con noi stessi e con le nostre parti psichiche sofferenti o spaventate, o semplicemente bisognose di una parola.
Abbiamo bisogno di una persona, un professionista, a cui dirle.
In qualsiasi luogo.


📝 “Smemorati”

26/10/2020

Ogni giorno dimentichiamo le informazioni inutili e dannose per stare meglio. Il cervello è capace di oscurare i brutti ricordi pur di farci vivere meglio. A volte dimenticare è molto più importante che ricordare. La rimozione ha il potere di allontanarci dai pensieri che non sappiamo tenere a bada e ci risparmia da una buona dose di angoscia, che, ammettiamolo, non piace a nessuno! Entro certi limiti rimuovere, dimenticare, è fisiologico.
Ma, superato il limite, la rimozione comincia a cancellare i problemi e con loro la possibilità di non ripetere gli stessi sbagli e di non entrare in un loop di pensiero auto-distruttivo. Se è vero che un certa dose di dimenticanza aiuta, è vero anche che attraverso l’esperienza e il confronto attivo apprendiamo i meccanismi con cui superare una difficoltà. Una certa dose di rimozione interviene in quelle persone che non hanno avuto il tempo per adattarsi ai repentini cambiamenti in maniera efficace e che non hanno gli strumenti per reagire in modo proattivo alle notizie angoscianti. È possibile rinforzarsi di fronte alle proprie paure e costruire insieme gli strumenti per fronteggiare la nuova ondata che ci sta colpendo. È per questo che un supporto psicologico si pone come uno strumento utile per elaborare la rimozione e gestire le difficoltà.


📝 “Non sono immune”

23/01/2020

Anni di formazione, di titoli e di duro lavoro con i pazienti non mi hanno reso immune a quelle che da sempre sono state le mie principali paure. Anzi, potrei dire che la pratica clinica mi espone puntualmente ad esse e mi impone di ri-considerarle sotto i riflettori della relazione terapeuta-paziente. Negli anni addietro fantasticavo tanto sulla possibilità di trovarmi di fronte una delle mie paure su di un bel piatto d’argento e che a quel punto avrei avuto due strade percorribili: o imparare a gestirle o scappare a gambe levate. Se anni fa inorridivo al pensiero e immaginavo solo la fuga, oggi no. Non è che abbia acquisito dei particolari superpoteri, semplicemente oggi prendo il tempo necessario per fare spazio interiore e poter re-immaginare all’interno del setting terapeutico le ombre onnipresenti in ciascuno di noi. La violenza mi ha sempre fatto sussultare interiormente, facendo leva su quella parte probabilmente ancora troppo piccola e fragile. Ho sempre avuto reazioni forti di fronte a scene di violenza, soprattutto nei confronti del sesso femminile. Se la donna porta con sé il retaggio psichico e culturale di sottomissione e passività con cui fa i conti da fin troppi decenni, è anche vero che non è nata solo per subire soprusi e vedere privata la sua libertà decisionale e d’azione. So per certo che in ogni donna albergano tante dee, tante prospettive dall’identità poliedrica. Soffocarle non rende onore alla psiche, così come non rende onore alla bellezza delle forme. Oggi assisto al giorno in cui una delle mie ombre ha la possibilità di rischiararsi e mostrare i semi di nuove nascite.


📝 “Spiragli e prospettive immaginali”

22/11/2019

Quando si chiude un percorso terapeutico va da sé che si tirano le somme, anche se il lavoro e la conoscenza di se stessi non ha una fine. Si tratta di un percorso circolare di approfondimento, perfezionamento, completamento, per cui è difficile tracciare una linea con una partenza e una fine. Ma è possibile mettere dei punti. Oggi porto con me più di un anno volato tra una seduta e l’altra e non nego una certa commozione. La cura attraverso la parola, la voce data alle immagini della psiche, può sciogliere nodi dolenti e può alleviare anche un corpo malato che non crede di poter vivere tanto a lungo. Non siamo dei guaritori magici e mai lo saremo. Ma sicuramente è possibile generare nuove prospettive, nuovi sfondi immaginali dai quali rivalutare la propria vita. Porterò sempre con me questa frase a testimonianza di un percorso intenso: “riesco a vedere la finestra aperta con il mondo che fuori scorre”. Felice di averne preso parte.


📝 “Fede psicologica”

31/10/2019

Chiusa la porta dello studio mi invade una sensazione di pesantezza. Il primo pensiero che inizia a scavarmi nella mente è: “potrebbe uccidersi!”. Nei due giorni seguenti la mia attenzione era inevitabilmente lì: sulla mia paura. Dialoghi interiori di un presunto sbaglio si facevano spazio silenziosamente nella mia testa. Forse si, avevo calcato la mano: poche domande ben assestate ma dure. Avevo paura che di fronte a me il paziente, messo con le spalle al muro, non riuscisse a reggere il colpo. Il tumulto interiore era ben celato da una certa pacatezza, uno strano senso di fermezza che mi diceva di aspettare, in fondo aveva un senso anche la mia paura.
Il dolore ci appartiene; non sappiamo quando ci prenderà per mano e ci renderà inermi. Eppure nel dolore c’è sempre un momento di assoluto smarrimento, quel momento preciso in cui il cuore sembra spaccarsi in due e il terrore toglierci la terra sotto i piedi. È morte, che altro potrebbe essere. Sconforto, indicibile, in cui è insita l’unica possibile rinascita. È proprio in questo preciso istante che si decide di vivere, veramente.
La mia paura era lo specchio di una morte imminente, una morte psichica che stava per avvenire. La respiravo e la vivevo psichicamente insieme al protagonista. Ero testimone silenzioso di un processo che andava prendendo forma proprio nel momento del suo culmine.
L’ascolto delle vicende dei pazienti ha influenzato il mio modo di approcciarmi ad esse: le molteplici angolazioni da cui guardo mi fanno avere “fede” nei segnali che tracciano l’evoluzione del processo che saprà andare esattamente dove deve andare.